Pubblichiamo il testo integrale dell’intervento del senatore Antonio Franchi con il quale venne chiesto l’impeachment contro il presidente della Repubblica, Francesco Cossiga. Era il 14 gennaio 1992
FRANCHI. Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
FRANCHI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, la discussione che si è svolta questa mattina è stata molto seria ed impegnata, di grande spessore culturale. Si sono confrontate tesi giuridiche diverse ed anche contrastanti, ma tutto ciò è avvenuto nel rispetto della opinione di ciascuno e con alto senso di responsabilità. Io, da non giurista, ne prendo atto con compiacimento ed entro perciò, come si suol dire, in punta di piedi in questo dibattito così qualificato. Lo faccio per sottolineare taluni aspetti della vicenda e per svolgere alcune doverose considerazioni. Innanzitutto devo richiamare per un attimo l’attenzione dei colleghi sulla situazione che abbiamo nel nostro paese. In Italia vi è una situazione di grande disordine, di vero e proprio caos istituzionale che si aggiunge ai ben noti problemi nazionali che la travagliano da tempo e che via via si sono aggravati, acuiti ed esasperati. A tutto ciò, a mio avviso, bisogna porre un alt, fissare un punto fermo, per impedire una caduta incontrollabile. Bisogna farlo anche per salvare la possibilità di avviare le riforme, oggi finalmente e da più parti ritenute necessarie e non più rinviabili. A questo punto una domanda: la situazione è diversa da come, sia pure telegraficamente, ho cercato di descrivere? Non è vero che si sta determinando nel nostro Paese un mutamento nella forma di governo e nei rapporti istituzionali tra i poteri dello Stato? Ormai da due anni in Italia il Presidente della Repubblica non ha la funzione di rappresentante della nazione, egli agisce in tutte le direzioni, senza rispetto delle competenze di altri organi o poteri. E’ avvenuto così nei confronti del Governo, è avvenuto così nei confronti del Parlamento, è avvenuto così nei confronti della Magistratura. L’irresponsabilità politica che la Costituzione assicura al Capo dello Stato si traduce, con il dilagare di Cossiga, in irresponsabilità generale delle istituzioni. Il Capo dello Stato nel nostro paese deve essere un organo imparziale, non un organo di indirizzo politico; il Capo dello Stato non ha poteri decisori in proprio, i pochi atti che può compiere debbono essere sempre integrati dalla controfirma del Governo. Cossiga ha tenuto una serie di comportamenti che di fatto si sono collocati al di fuori della Costituzione; del resto, lui stesso lo ha esplicitamente affermato, dicendo che dopo il suo settennato la Presidenza della Repubblica non potrà più essere quella di prima. Il Presidente Cossiga ha inteso – per parlare chiaramente – porsi come leader politico. Si è coperto della non responsabilità che gli attribuisce l’articolo 90 della Costituzione per rilasciare affermazioni assai gravi. Ma questa irresponsabilità è stata prevista dalla Costituzione stessa per evidenziare la mancanza di poteri del Presidente. Cossiga è venuto così meno ai suoi doveri, è venuto meno al rispetto delle norme costituzionali, come stanno a dimostrare innumerevoli episodi. Basta ricordare le valutazioni espresse sulla loggia massonica P2 che hanno ignorato – ma forse è più opportuno dire irriso – le conclusioni raggiunte dal Parlamento, il quale aveva provveduto a sciogliere la P2 con legge per la sua pericolosità antidemocratica. Basta per un attimo richiamare la condotta tenuta dal Presidente nella vicenda della proroga della Commissione Stragi. Certo, onorevole Valensise, il Capo dello Stato può rifiutarsi di promulgare una legge o di emanare un decreto, ma solo quando si viene a determinare un attentato alla Costituzione. La promulgazione insomma è un atto dovuto. Certo, può esserci un rinvio alle Camere, però deve essere motivato sempre da ragioni di ordine costituzionale. A questo punto, domando: quali ragioni di ordine costituzionale stavano alla base dell’opposizione del Presidente Cossiga alla proroga della Commissione Stragi decisa dal Parlamento? Nessuna, cari colleghi. Che dire poi della lettera del dicembre 1990 inviata all’onorevole Andreotti e del suo decreto di ricorso alla supplenza nel caso in cui si fosse proceduto a istituire un comitato con il compito di fornire un parere sulla legittimità costituzionale di Gladio? L’autosospensione era diretta a garantire – come sosteneva il collega Mazzola – l’autonomia del comitato dei saggi? Non scherziamo! Quella è stata una forma pesante di ricatto tesa ad impedire l’accertamento della verità. Altro che documento di grande equilibrio, onorevole Valensise! Siamo di fronte – ripeto – a un ricatto che abbiamo il diritto e il dovere di denunciare. Altre volte, coprendosi dell’irresponsabilità, il Presidente della Repubblica, è intervenuto come fosse il capo di una repubblica presidenziale, tentando così di modificare nei fatti e non secondo le vie legali la stessa forma di governo. Il pensiero corre per un attimo al trattamento riservato da Cossiga al giudice Casson. L’assurdo è che negli Stati Uniti il Presidente che ha ampi poteri, si assoggetta a indagini e controlli; da noi invece, il Capo dello Stato invoca a torto una sua immunità che non gli consentirebbe neppure di testimoniare. Penso inoltre agli attacchi al Consiglio Superiore della Magistratura. Cossiga ha voluto impedire a un organo di rilievo costituzionale di riunirsi e operare; quell’organo tra l’altro era chiamato a garantire l’indipendenza della Magistratura, che è un bene irrinunciabile in ogni stato di diritto. Egli ha quindi compiuto una atto di notevole gravità. E arriviamo al documento approvato dal sindacato dell’Arma dei carabinieri. Cari colleghi, voi sapete che questo episodio ha fatto salire alle stelle la tensione politica. I carabinieri hanno dichiarato di essere con Cossiga e di volere anch’essi picconare. Si è sfiorata la sedizione, dal momento che il COCER si è pronunciato su materie che esorbitavano dalle sue competenze. È stato un atto grave e il Parlamento è insorto. Lo stesso Governo ha promesso di punire quei carabinieri, mentre il generale Viesti ha confermato la piena e profonda lealtà dell’Arma alle istituzioni repubblicane e ha ribadito giustamente che il documento del COCER si pone in contrasto sia con le norme di legge, sia con le idee e la tradizione dell’Arma. Sono convinto della lealtà dell’Arma dei carabinieri alla nostra democrazia: su questo non c’è alcun dubbio. A questo punto però si impone una riflessione: come è possibile, cari colleghi, non capire che esiste un oggettivo collegamento tra tutte le recenti picconate? Come è possibile nascondere che quel documento del COCER è venuto in conseguenza di una sollecitazione e di una ispirazione? Come è possibile ignorare che esiste un nesso inscindibile tra i vari eventi che hanno turbato e ancora turbano la nostra Repubblica? Ecco perché l’ipotesi di attentato alla Costituzione non è priva di fondamento. Tale fondamento lo ritrovo in tutta la linea tenuta in questo periodo dal Quirinale; una linea che colpisce la Costituzione di cui il Presidente dovrebbe essere il custode. Certo, si può modificare la Carta fondamentale della Repubblica, ma soltanto con gli strumenti consentiti. L’unico che non può adoperarsi per demolirla è il Capo dello Stato, che ha giurato fedeltà ad essa, proprio perchè nel nostro sistema egli rappresenta una istituzione di garanzia. Anche chi in dottrina – come il professor Barile – ha un’idea più dinamica delle funzioni del Presidente della Repubblica, gli consente solo una forma di indirizzo politico-costituzionale, gli permette di attivarsi affinchè i principi della Costituzione trovino attuazione nell’ordinamento e non certo per stravolgerli. Ho ascoltato con attenzione l’intervento molto puntuale e intelligente del collega Mazzola. Egli ha rilasciato dichiarazioni giuste e condivisibili, ma ha anche detto delle inesattezze. Caro senatore Mazzola, la storia non può essere piegata a interessi di parte. Il Partito comunista italiano non è mai stato la punta di diamante dello schieramento comunista internazionale, non abbiamo mai pensato al trasferimento meccanico e automatico dell’assetto statuale sovietico in Italia. Togliatti parlò di via nazionale al socialismo. In questi cinquant’anni siamo stati impegnati a costituire una società democratica che rispecchiasse fedelmente i caratteri etici, politici e storici dell’Italia. Lo affermo sommessamente e senza iattanza, ma con grande determinazione. Del resto sfido a citare un solo caso che stia a dimostrare come da parte nostra ci sia stato un tentativo non dico di attentare, ma di indebolire le libertà costituzionali. Altri hanno tramato contro la Costituzione e hanno cercato di mettere il bavaglio alla giovane democrazia nata dalla Resistenza e dalla Lotta di Liberazione. Il PDS oggi rischia di creare guasti irreparabili con questa iniziativa? I guasti non li abbiamo creati noi, ma chi si è opposto fino ad oggi alle riforme elettorali e istituzionali che debbono essere approvate al più presto nel pieno rispetto della Costituzione vigente. Non siamo noi a dover rinsavire onorevoli colleghi. Altri si sono collocati di fatto al di fuori della Costituzione. Quello di Cossiga è stato ed è uno sforzo generoso per rinnovare la politica? No, cari colleghi; Cossiga ha tenuto comportamenti dirompenti, sconcertanti. Non si tratta di opinioni sgradite o sgradevoli come sosteneva il collega Ventre; non è un problema di stile ma di ben altro. Cossiga ha turbato le funzioni del Parlamento, le funzioni del Governo, le funzioni della Magistratura. Quindi sbaglia chi crede che c’è una volontà riformatrice del Presidente. A nostro giudizio le picconate conservano, anzi rafforzano il sistema di potere che ha prodotto in questi anni un intollerabile livello di corruzione politica, di altissima e indiscriminata sfiducia, se non di ostilità, dei cittadini nei confronti delle istituzioni. Per fortuna c’è una parte di popolo – e mi auguro che sia prevalente – che non condivide gli insulti e le frasi disdicevoli – uso un termine molto parlamentare – di Francesco Cossiga. Quella parte di popolo sente puzza di bruciato, assiste sgomento alla guerra che avviene ogni giorno nei confronti delle istituzioni e non crede che i propri diritti possano essere difesi a picconate. È vero, cari colleghi, la democrazia sta degenerando in regime, il paese rischia di spappolarsi; non vi è solo il problema di rinnovare la politica ma anche di rifondare democraticamente lo Stato repubblicano. Le istituzioni fanno acqua da tutte le parti ( lo sappiamo, onorevole Gorgoni), ma nel marasma alcuni ci sguazzano. Qualcuno doveva porre fine alla deriva, raccogliere le preoccupazioni sbigottite del Paese per un conflitto che sta scaricando macerie sullo Stato e sullo spirito pubblico. È ipocrita e pericoloso trincerarsi dietro la irresponsabilità presidenziale per valutare il carattere e gli effetti dei suoi comportamenti. Non vogliamo processi sommari ma che tutto si svolga dentro la Costituzione. Certo non spetta a noi condannare o assolvere, è compito della Corte Costituzionale; a noi spetta accertare se le denunce siano fondate o meno, ed io ritengo che lo siano. La nostra iniziativa è il frutto di una decisione sofferta e meditata, un atto di responsabilità che abbiamo inteso compiere nei confronti del Paese. Non c’è tempo da perdere, ogni ora, ogni minuto che passa può accadere il peggio. Le ultime esternazioni americane del Presidente della Repubblica sono inquietanti e costituiscono una triste conferma. Le affermazioni di Cossiga introducono uno strappo profondo nella coscienza civile e morale della nazione. Il rischio che la lotta ai vertici delle istituzioni a base di rivelazioni favorisca soltanto esiti autoritari non è affatto lontano. La storia insegna che l’uso della insinuazione, del ricatto personale come strumento di lotta politica compare sempre in scena con puntualità quando un sistema politico si corrompe, si impaurisce e diventa regime. Stavolta però c’è una novità: l’autore delle intimidazioni è l’uomo che ricopre l’incarico di massima responsabilità costituzionale. Occorre perciò trovare subito la strada per rientrare nella legalità costituzionale, come è stato denunciato dai 51 costituzionalisti; non basta difendere la Costituzione. Anzi noi siamo convinti – e non da oggi – che bisogna riformare le istituzioni. Il problema è se questo avviene nel rispetto della democrazia, attraverso il suo potenziamento, o al contrario con un indebolimento, con un restringimento, con la compromissione dei livelli istituzionali. Da qui la responsabilità che investe tutte le forze fondatrici della democrazia italiana. Abbiamo scelto la strada che difendiamo con ferma, limpida e serena convinzione. Abbiamo fatto una scelta non avventata ma riflettuta null’altro che per difendere la legalità costituzionale, nell’interesse generale dei cittadini. Non chiediamo che altri ci diano ragione. Non perseguiamo un successo di parte. Vi chiediamo soltanto chiarezza e responsabilità e soprattutto di dare ragione alla vostra coscienza di democratici. Vi chiediamo un atto di responsabilità e di fiducia per la democrazia appoggiando la nostra richiesta.